AGORA' – LA POLITICA E' PARTECIPAZIONE – IL BLOG DI MARIO SIRIMARCO


Il mio nuovo libro … Percorsi di filosofia della crisi ecologica, Nuova Cultura, Roma

Indice del volime
PRIMA PARTE
1. Dall’euristica della paura alla responsabilita?: oltre il pensiero tecnomorfo .
2. Diritto e politica nella societa? del rischio
3. Ignoranza, incertezza e principio di precauzione
4. Preoccupazione ecologica, cristianesimo e dottrina sociale della Chiesa
5. Il problema del rapporto uomo-natura: dominio o armonia?
6. Dalla scienza alla filosofia: aporie del concetto di ecosistema
7. Il problema dell’alterita?: la questione animale
8. Le biotecnologie tra sogno (incubo) ed utopia: divagazioni su postumanesimo, transumanesimo e uomo inventato

SECONDA PARTE
1. L’unione delle vite. Spunti capograssiani su diritto e vita
2. Diritto e/o tecnica
3. Crisi ecologica e filosofia del diritto
4. Biotecnologie e ambiente
5. Economia e crisi ecologica
6. Tra sostenibilita? e decrescita: dall’economia alla politica


La “via altra” della dottrina sociale

Anticipo in forma molto breve alcune considerazioni che ho sviluppato in un articolo che uscirà sul prossimo numero de “Il Domani d’Italia”.

Il dibattito Fassina-Ceccanti ripropone un tema controverso da quando, con la Rerum Novarum in un primo momento e con la Quadragesimo anno in un secondo, si delineano i primi tratti di una filosofia politica cattolica e si gettano le basi per l’impegno politico di cattolici. E fin da allora c’è sempre stato chi, in modo direi interessato, tenta di piegare la dottrina sociale alle ragioni delle tesi variamente liberali o variamente socialiste. O, ma è lo stesso, si cerca di parlare della filosofia politica cattolica come di una terza via, variamente mixata tra liberalismo e socialismo democratico.

La dottrina sociale non accetta né la proposta del socialismo né quella del liberalismo né, tantomeno, può essere considerata un abile assemblaggio di spezzoni dell’uno e dell’altro semplicemente perché essa si sforza di individuare una “via altra”, una sua soluzione originale, che presenta determinati caratteri teoretici ed etici. Questi caratteri si traducono nel principio di sussidiarietà che è il vero architrave della proposta “cattolica”, della sua filosofia sociale. Superata la visione organicistica (e corporativistica) della società e preso atto della possibilità di pensare ad un percorso diverso della modernità al centro del quale c’è la figura di Antonio Rosmini, la dottrina sociale ha sì accettato l’individualismo come dato sociologico ma lo ha rifiutato sul piano ontologico. Questo spiega tante cose: la centralità e la complessità del concetto di persona, di dignità umana, di bene comune inteso appunto come bene ontologico, relazionale (come ha ribadito Benedetto XVI nella sua ultima enciclica).

La dimensione relazione e sociale, il primato della persona, del suo sviluppo, della sua dignità, comportano il ruolo strumentale/sussidiario dello Stato, il suo essere a servizio della persona umana. Ma dire che lo Stato è strumento non significa dire che lo Stato è superfluo, inutile, eventuale o che debba essere “minimo” o “debole”; non significa necessariamente dire più privato meno pubblico, più società e meno Stato, o più mercato e meno politica. Il principio di sussidiarietà rettamente inteso non dice questo. Lo Stato non può essere debole perché il perseguimento della giustizia sociale e della solidarietà richiede uno Stato in grado di intervenire nella economia per ricondurla alla sua finalità sociale prevedendo anche la proprietà pubblica di quei beni che «portano seco una preponderanza economica per cui non si possono lasciare in mano di privati cittadini senza pericolo del bene comune» (Pio XI).

È nota la definizione di Aldo Moro: “lo Stato come forma organizzativa suprema della solidarietà umana”. C’è un piccolo scritto (Valore dello Stato), coevo al dibattito in Assemblea costituente e alle più note posizioni morotee, che vorrei ricordare: «l’impegno ed il vigore con i quali i cattolici operano in sede sociale e politica, l’interesse che dimostrano ed il contributo che danno al rafforzamento delle strutture dello Stato manifestano che quell’azione non è episodica, non è frutto di improvvisazione o di deviazione dalle linee essenziali della concezione cristiana, ma risponde ad una intuizione profonda e ad una ardita visione delle vie da battere per una instaurazione cristiana nel mondo». Questa intuizione è il valore dello Stato come vincolo di solidarietà che stabilisce, come condizioni favorevoli che determina allo sviluppo di tutti i valori umani. In base a questa intuizione, scrive Moro, «se è giusto nell’azione politica volere costruire uno Stato che promuova una solidarietà veramente umana, che salvi ad un tempo la persona e la società, non è giusto invece, per una malintesa pregiudiziale cristiana spiritualistica e personalistica, volere uno Stato debole, inconsistente, incolore. Il vincolo sociale in cui lo Stato si risolve e costituisce la sua ragion d’essere è, o può essere, cosa talmente grande, talmente importante, talmente decisiva per l’uomo, che i tipici mezzi della giustizia forte, quelli storicamente più efficaci, debbono essere adoperati con ogni impegno, perché sorga con l’immancabile aiuto di uno Stato forte e serio una società sana e operosa».

Questa concezione dello Stato deve essere coniugata, per Moro, con quella che riconosce i limiti dello Stato e il suo essere inserito in un «complesso travaglio sociale» perché è grazie alla complessità dell’esperienza umana nella vita sociale che si stempera ogni pretesa monopolistica: «la considerazione della famiglia, il favore per le autonomie sociali che sono presidio di libertà, la rivendicazione costante e vigorosa dei diritti di tutte le libere associazioni umane sono i segni di questa complessa visione […] La preoccupazione cristiana di salvare la società nelle sue ricche e varie espressioni dal monopolio statale si salda intimamente con la difesa e il potenziamento dello Stato. Vero è che non si difende la società, senza volere lo Stato e che operando con una larga, organica, storica visione per lo Stato si opera a servizio dell’uomo e della società tutta».

Mario Sirimarco


Lo sberleffo della verità

Chi frequenta i summit delle istituzioni europee, e ne conosce le deferenze opportuniste, le verità lente a dirsi, le cerimoniose capricciosità, non dimenticherà facilmente quel che è successo domenica, nella conferenza stampa di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel a Bruxelles. Un giornalista li interroga sulla credibilità di Berlusconi, ed ecco che d’improvviso scoppia un’ennesima bolla, fatta sin qui di illusioni e non-detti: una delle tante, nei quattro anni di crisi che abbiamo alle spalle. La bolla di uno Stato-subprime: debitore di seconda categoria, poco affidabile. Alcuni giudicano disdicevole la sbirciata complice che si sono lanciati l’un l’altro Sarkozy e la Merkel, e umiliante quell’attimo muto, terribile, che ha preceduto l’erompere inaudito della risata, subito echeggiata dai giornalisti presenti. È vero, è stata umiliazione e anche qualcosa di più: un atto di sfiducia che non avanza più mascherata, che si esibisce senza pudori sapendo il consenso mondiale di cui gode. Un assassinio politico in diretta.

È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell’Unione, e non stupisce che gli autori stessi dell’incredibile gag siano quasi spaventati da quel che hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d’attenuare il colpo: “Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco”. Ma colpo resta, quel che abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo sarà
ricucito e – parola di Montale – “come s’uno schermo s’accamperanno di gitto alberi case colli per l’inganno consueto”. Per un attimo, è come se i dirigenti dei due motori d’Europa – Francia e Germania – avessero smesso di credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c’è. Sembra uno sfogo incontrollato ma c’è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare Sarkozy s’è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è stato chiarissimo: “La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità dell’insieme delle autorità italiane: politiche, finanziarie e economiche”. Angela Merkel ha aggiunto: “La fiducia non nasce solo dalla costruzione d’un ombrello salva-Stati. È di prospettive chiare che c’è bisogno”. Sono giorni che il Cancelliere non interpella Palazzo Grazioli per ottenere assicurazioni (che legittimità può avere, una sede governativa privata?) ma il Quirinale.

Il messaggio non potrebbe essere più netto, e ultimativo (“vi diamo tre giorni”). E c’è in esso del metodo perché ogni parola è pesata: è sulle istituzioni italiane che gli europei fanno affidamento, non sulla persona Berlusconi. Spetta all’insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie ed economiche mostrare il senso di responsabilità che il premier evidentemente non possiede. Può sembrare un insulto – un capo di Stato o di governo non dovrebbe ridacchiare in pubblico di un collega – ma la crisi che traversiamo è talmente vasta, e funesta per tutti i cittadini d’Europa, che il galateo diplomatico per forza si sfalda. Non sono due leader arroganti a sbeffeggiare l’alleato; è il disastro europeo che può nascere dal vuoto politico italiano che secerne l’inaudito incidente. Un disastro che Berlusconi ancor oggi elude, quando dopo il vertice proclama: “Non c’è stato e non c’è rischio Italia”. L’occultamento dura dal 2007-2008 (“Non c’è crisi. Siamo i primi in Europa”) con effetti catastrofici su quel popolo che il premier s’ostina a chiamare sovrano.

La cosa triste nell’Unione europea è la sua impotenza, quando un paese membro azzoppa la propria democrazia e con false informazioni frena l’insorgere – nei singoli cittadini – della responsabilità. Bisogna essere democratici, per poter entrare nell’Unione. Non bisogna necessariamente esserlo, per restarvi. C’è un articolo del trattato di Lisbona (il numero 7) che prevede sanzioni quando uno Stato si discosta dalla democrazia: ma nessuno, neanche l’opposizione in Italia, ha mai osato fare appello a esso. L’unico espediente dell’Unione, quando vuol render manifesta un’incompatibilità non solo economica e finanziaria con Stati devianti, è di conseguenza la peer pressure, la pressione dei pari grado. E la pressione non sembra in grado di secernere altro che il sogghigno. Solo quando è in gioco l’economia, pare efficace.

Ma è un sogghigno che va analizzato, perché spesso ridendo diciamo cose molto vere. Dichiarandosi fiduciosi nell’insieme delle autorità italiane, i colleghi dell’Unione scommettono proprio su quella pluralità di poteri che Berlusconi continua a contestare, e a questi poteri si rivolgono: spetta a voi risolvere il rebus Berlusconi, e mostrare un senso di responsabilità che metta fine allo sberleffo mondiale scatenato da Palazzo Grazioli. È un appello, non recondito, alle forze responsabili della maggioranza: che sfiducino loro il premier, prima delle elezioni perché non c’è più tempo. Che mandino ai prossimi vertici europei un capo di governo di cui nessuno ridacchi più.

Si ricorda spesso il Gran Consiglio fascista, che il 25 luglio ’43 mise in minoranza Mussolini grazie alla mozione di Dino Grandi. Ma non c’è bisogno di risalire tanto indietro. Anche l’Unione delle democrazie postbelliche conobbe casi simili. Il 20 novembre 1990, Margaret Thatcher cadde in seguito a un voto interno del suo partito, prima delle elezioni, e anche lei fu messa da parte per incompatibilità con l’Europa comunitaria. Due giorni dopo il Gran Consiglio conservatore, il premier si dimise e lasciò in lacrime Downing Street. Che l’Europa e i mercati avessero decretato la sua fuoriuscita era stato confermato, il primo novembre, dalle dimissioni di Geoffrey Howe, il vice primo ministro più aperto all’Unione e all’euro. Michael Heseltine, conservatore, fu il Dino Grandi della situazione.

Berlusconi non può più andare a Bruxelles, dopo un episodio del genere. Perché trascina verso il basso non solo l’Italia, ma l’intera zona euro. Un primo monito è venuto da Mario Monti, non un semplice pretendente al trono ma un conoscitore-frequentatore delle istituzioni europee: “Sarebbe opportuno che quanti hanno dato il loro sostegno al governo Berlusconi (…) prendessero maggiore consapevolezza della realtà internazionale che rischia di travolgerci, di trasformare l’Italia da Stato fondatore in Stato affondatore dell’Unione europea” (Corriere della Sera, 16 ottobre 2011).

Berlusconi non può presentarsi a Bruxelles, e l’Europa non può concedersi l’anomalia italiana: è la lezione dello sberleffo, che solo in apparenza è irridente ma la cui sostanza è spaventosamente seria. È come quando ride una persona che piange. Nessuna cosa detta da Berlusconi ha più peso né senso, tanto trasuda incultura delle cose europee. Anche la sua insistenza sulle dimissioni di Bini Smaghi, membro della Bce, ha qualcosa di intollerabilmente ottuso, agli occhi non solo del diretto interessato ma di tutta la Bce. Bini Smaghi deve andarsene, “essendo stato nominato dal governo senza passare attraverso alcun tipo d’elezione o concorso”. Sono frasi come queste, di una rozzezza e insipienza senza limiti, che rendono velenosa la vicenda. Bini Smaghi non è, a Francoforte, un rappresentante dell’Italia ma di Eurolandia. La sua nomina, come quella di Draghi, prevede ben 3 votazioni (Eurogruppo, Parlamento europeo, Consiglio europeo) e il Trattato contiene regole precise per la rimozione dei membri del Comitato esecutivo Bce, che può avvenire solo per motivi gravi. Comunque non può esser decretata né da Berlusconi né da Sarkozy, in nome dei rispettivi Stati nazione.
La crisi strappa tanti veli, compreso questo. È il suo lato positivo: le regole diventano più importanti, non meno, man mano che lo sconquasso s’estende. Berlusconi le ignora del tutto, ed è un autentico miracolo che abbia alla fine nominato una personalità profondamente indipendente come Ignazio Visco alla testa di Banca d’Italia. Quanto a lui, non farà alcun passo indietro: chiederglielo è nenia un po’ beota. Ma la pressione dei pari esercitata a Bruxelles può avvenire anche in Italia. Sempre che esistano uomini della destra davvero responsabili, che non usino questo nobile aggettivo per brigare, alla Scilipoti, prebende e notorietà.

Barbara Spinelli
Repubblica, 25 ottobre 2011


CATTOLICI E POLITICA – Intervento di Bagnasco all’incontro di Todi (17 ottobre 2011)

1. FORUM del mondo del lavoro. La comune ispirazione cristiana consente di fare, in un certo senso, un discorso di famiglia che possa essere ascoltato con benevolenza e speriamo condiviso oltre questo uditorio. Il nostro animo e? ancora segnato da quanto e? accaduto sabato scorso a Roma, e non possiamo non esprimere la nostra totale esecrazione per la violenza organizzata da facinorosi che hanno turbato molti che intendevano manifestare in modo pacifico le loro preoccupazioni. Alle Forze dell’Ordine va la nostra rinnovata gratitudine e stima per il loro servizio, che presiede lo svolgimento sicuro e ordinato della vita del Paese.
Che dei cristiani si incontrino per ragionare insieme sulla societa? portando nel cuore la realta? della gente e i criteri della Dottrina sociale della Chiesa, e? qualcosa di cui tutti dovrebbero semplicemente rallegrarsi. E’ un segno di vivace consapevolezza, e di responsabile partecipazione alla vita della “citta?”. E’ espressione di quell’intelligenza d’ amore che nasce da Cristo Gesu?: Egli continua a donarci la luce della sua Parola e la forza corroborante dell’ Eucaristia, cuore del discepolato e sorgente perenne della Chiesa. L’intreccio vitale di Parola, Sacramenti e vita, e? infatti cio? che sostanzia la presenza del cristiano nel mondo e il suo servizio agli uomini. In forza della fede e della sequela Christi, il discepolo rivive la situazione di Pietro sul lago di Galilea, chiamato a rispondere all’invito del Maestro ad andare verso di Lui camminando sulle acque. E’ noto lo sviluppo della vicenda: egli scende dalla barca dove si trovava al sicuro e si avventura sulle onde. Ma poi, avvolto dalla notte, dal vento impetuoso, dalla burrasca crescente, comincia ad affondare. Che cosa e? successo nello spazio di pochi secondi? Che Pietro ha distratto lo sguardo dal volto di Gesu?, si e? attardato a guardare le forze avverse della natura, e le ha commisurate con la sua piccolezza. Allora ha avuto paura ma, piu? profondamente, si e? indebolita la fiducia nel Signore. L’eco della vicenda di Pietro illumina la situazione di ogni cristiano: egli e? chiamato ad attraversare il mare del tempo, a camminare sulle acque fidandosi di Cristo senza mai distogliere gli occhi da Lui. Qualora si vedesse affondare, sarebbe il segno della sua “distrazione” dal Volto Santo, del suo essere catturato dalle forze del mondo. E quando siamo presi dal mondo diventiamo “del “ mondo, anziche? essere “nel” mondo ma non “del” mondo, e cosi? diventiamo incapaci di servire gli uomini. Non e? dunque l’immedesimarsi al mondo che permette di servirlo meglio, ma il vivere nella verita? di Dio anche quando questa sembra impossibile, quando e? irrisa o non e? compresa come il comando di camminare sul mare. E questa verita? e? da annunciare con amore, senza paura di essere emarginati. E’ la sapienza della croce che ha ispirato e sostenuto, nelle diverse epoche, la presenza dei cattolici nelle istituzioni pubbliche e nel tessuto sociale del Paese; che ha contribuito in modo determinante a costruire l’anima dell’Italia prima ancora che l’Italia politica. E che dopo l’unificazione, a fronte di situazioni difficili e gravi, e? stata presenza decisiva per la ricostruzione del Paese, per l’elaborazione di un nuovo ordine costituzionale, per la promozione della liberta? e lo sviluppo della societa? italiana. E neppure e? mancato e non manca il convinto apporto per l’apertura verso un’Europa unita, e per la salvaguardia della pace nel mondo. Questa storia e? nota a tutti e sarebbe ingiusto dimenticarla o sminuirla.
Ringrazio per il cortese invito a porgere un saluto a questo Convegno promosso dal
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2. Dobbiamo dunque riaffermare, innanzitutto, il punto sorgivo della presenza sociale e civile dei cattolici: il primato della vita spirituale, quel guardare fermamente al volto di Cristo che con la forza del suo Spirito sprigiona dinamismi virtuosi d’intelligenza e di dedizione. Qualora si sbiadisse questo primato, i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari: in una parola, sarebbero sopraffatti dalle onde dove stava per affondare l’apostolo Pietro. L’esperienza insegna da sempre che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verita? e la forza degli ideali: “Considera sommo crimine – diceva il poeta latino Giovenale – preferire la propria sopravvivenza all’onore, e perdere per la vita le ragioni del vivere”. E cio? vale non solo per il singolo individuo, ma anche per un Paese, una civilta?, una cultura. Se, in forza del relativismo gnoseologico e morale, venissero corrosi i valori che giustificano l’impegno della vita, allora verrebbero meno anche le fondamenta e le forze che sostengono la convivenza sociale, ed edificano una Nazione come comunita? di vita e di destino. E’ questo patrimonio spirituale che permette l’unita? culturale e sociale dei cristiani per essere, secondo la parola del Maestro, lievito e sale nella pasta. Tornando all’episodio evangelico, ci chiediamo: dove troviamo il volto di Cristo? Dove Lo possiamo, come Pietro, guardare fisso con gli occhi della fede e del cuore? La Chiesa, ricorda Sant’Ambrogio, e? “misterium lunae”, cioe? riflette la luce del suo Sposo e Signore. E nel grembo della Chiesa Madre risplende il Sacramento della Presenza reale di Dio nel mondo, la Santissima Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore, alla cui intimita? Egli ci invita nel sacro convito. Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il profondo rapporto tra il mistero eucaristico e la presenza del cristiano nel mondo: “Io sono il cibo dei forti (…) Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Confessioni VII, 10, 8). Nella santa comunione, dunque, siamo assimilati a Lui, conformati a Lui: la nostra individualita? viene elevata non distrutta, si ritrova piu? ricca nella comunione trinitaria. Unendoci intimamente a Se?, nello stesso tempo Egli ci apre agli uomini e ce li fa riconoscere non solo come nostri simili ma come fratelli, e ci spinge ad amarli nelle diverse modalita? del servizio, compresa la forma alta e nobile della politica. Alla politica, che ha la grande e difficile responsabilita? di promuovere il bene comune, la Chiesa in ogni tempo ha guardato con rispetto e fiducia, riconoscendole la gravita? del compito, le conquiste di volta in volta raggiunte per il bene della societa?, e sostenendo con la forza della preghiera coloro che hanno abbracciato questo servizio con onesta? e impegno. Se per nessuno e? possibile l’assenteismo sociale, per i cristiani e? un peccato di omissione, infatti “da qui, dall’Eucaristia – scrive Papa Benedetto XVI – deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali che sono stati sempre anime eucaristiche. Chi riconosce Gesu? nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e sete, che e? forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed e? attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessita?. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilita? di cristiani nella costruzione di una societa? solidale, giusta, fraterna” (Benedetto XVI, Omelia Corpus Domini, 23.6.2011).
3. Radicati e fondati in Cristo – come due milioni di giovani hanno meditato alla Giornata Mondiale della Gioventu? a Madrid (agosto 2011) – i cristiani abitano la storia consapevoli di avere qualcosa di proprio da dire, qualcosa di decisivo per il bene dell’umanita?. Qualcosa che e? dato dalla fede, che si rivela pienamente in Gesu?, ma che – in misura – e? avvicinabile dalla ragione pensante e aperta: e? l’autentica concezione dell’uomo, della sua dignita?, dei suoi bisogni veri, non indotti e imposti da una cultura prona all’ideologia del mercato. Senza questa visione, paragonabile al tesoro nascosto nel campo o alla perla preziosa, l’ordine sociale e civile si deforma e progressivamente si allontana dall’uomo. E’ con questo patrimonio universale che la comunita? cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalita? e si affinano competenze, dove si fa cultura
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sociale e politica. “Non si tratta di predicare il Vangelo – scriveva Paolo VI – in fasce geografiche sempre piu? vaste o a popolazioni sempre piu? estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanita?, che sono in contrasto con la Parola di Dio e con il disegno della salvezza” (Esortazione Apostolica, Evangelii nuntiandi, n. 19).
E’ noto che non tutte le concezioni antropologiche sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potra? costruire una comunita? solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di se?? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un grumo di materia caduto nello spazio e nel tempo, come riconoscerlo non “qualcosa” tra altre cose, ma “qualcuno” che e? qualitativamente diverso dal resto della natura? E su che cosa potra? poggiare la sua dignita? inviolabile? E quale sara? il fondamento oggettivo e non manipolabile dell’ordine morale? Solo Dio Creatore e Padre puo? fondare e garantire la piu? alta delle creature, l’uomo. Per questo, dove la religione subisce l’emarginazione palese o subdola, dove si pretende di confinarla nella sfera individuale come una questione priva di valenza pubblica – magari con la motivazione del primato della testimonianza silenziosa puntiforme o della neutralita? rispettosa – l’uomo rapidamente declina sotto l’imperio di logiche illiberali, e diventa preda di poteri ridenti ma disumani. La dimensione religiosa e? storicamente innegabile, e si rivela anche ai nostri giorni una dimensione incoercibile dell’essere e dell’agire dell’uomo: negarla o non riconoscerne la dimensione pubblica, significa creare una societa? violenta, chiusa e squilibrata a tutti i livelli, personale, interpersonale, civile. Una societa? incapace di pensare e tanto piu? di attuare il bene comune, scopo della societa? giusta. Il bene comune, infatti, comporta tutte le dimensioni costitutive dell’uomo, quindi deve riconoscere anche la sua apertura a Dio, la sua dimensione religiosa. E dato che la persona e? un essere in relazione, cio? che universalmente lo riguarda ha sempre una valenza anche sociale: “Relegare la fede nell’ambito meramente privato, mina la verita? dell’uomo e ipoteca il futuro della cultura e della societa?. Al contrario, rivolgere lo sguardo al Dio vivo, garante della nostra liberta? e della verita?, e? una premessa per arrivare ad una umanita? nuova” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi spagnoli, 8.7.2006).
Per questo la religione non e? un problema per la societa? moderna ma, al contrario, una risorsa e una garanzia: la Chiesa non cerca privilegi, ne? vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma deve poter esercitare liberamente questa sua missione. I cristiani da sempre sono presenza viva nella storia, consapevoli che la fede in Cristo, con le sue implicazioni antropologiche, etiche e sociali, e? un bene anche per la Citta?. Ed hanno costituito una presenza di coagulo per ogni contributo compatibile con l’antropologia relazionale e trascendente, e con il progetto di societa? aperta e solidale che ne consegue. Sono diventati nella societa? civile massa critica, capace di visione e di reti virtuose, per contribuire al bene comune che e? composto di “terra” e di “cielo”. Il patrimonio di dottrina e di sapienza che costituisce la terra solida e la bussola per il cammino, forma il corpus della Dottrina sociale della Chiesa: esso, alimentato nella comunione ecclesiale, e? un tesoro provvidenziale, insuperabile e necessario per i cattolici che vogliono servire la citta? degli uomini nei suoi diversi ambiti, ed e? disponibile a tutti. Per questo non possono arretrare di fronte alle sfide. Siamo grati al Santo Padre Benedetto XVI che, nella visita alla Diocesi di Lamezia Terme, ancora una volta ha ricordato quanto e? opportuna “la Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa, sia per la qualita? articolata della proposta, sia per la sua capillare divulgazione. Auspico – aggiungeva – che da tali iniziative scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune” (Lamezia Terme, Omelia 9- 10.2011). La Dottrina Sociale della Chiesa non e? un insieme di argomenti slegati e chiusi, ma un corpo organico con un centro vitale e dinamico che e? la natura umana con i suoi dinamismi e le sue leggi. Solo riconoscendo nei fatti e senza sconti questo dato universale e
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irrinunciabile – questo “patrimonio valoriale genetico” che crea unita? culturale – e? possibile guardare in modo coerente e costruttivo ai vari areopaghi del mondo.
E’ opportuno ripetere che non c’e? motivo di temere per la laicita? dello Stato, infatti il principio di laicita? inteso “come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – e? un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civilta? che e? stato raggiunto. (…) La laicita?, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verita? che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell’uomo che vive in societa?, anche se tali verita? sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiche? la verita? e? una” (Congregazione della Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6). E poiche? solo scegliendo la verita? che l’uomo e? per natura, egli giunge alla propria perfezione, allora la morale e? liberazione dell’uomo e la fede cristiana e? l’avamposto della liberta? umana.
Tuttavia bisogna ricordare che il riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose se per un verso e? un valore auspicabile e dovuto, dall’altro e? fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune e allo stesso concetto di vera laicita?. Infatti esso e? – potremmo dire – come una cornice di apprezzabile valore, ma che deve essere riempita di contenuti. La laicita? positiva, infatti, non puo? ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma, anche qui, deve misurarsi con l’uomo per cio? che e? in se stesso universalmente, cioe? con la sua natura. E’ questa che invera le diverse culture e che ne misura la bonta? o, se si vuole, l’intrinseco livello di umanesimo.
4. I fedeli laici sanno che e? loro dovere lavorare per il giusto ordine sociale, anzi e? un debito di servizio che hanno verso il mondo in forza dell’antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione. E’ questo il motivo per cui non possono tacere. Nel Documento conclusivo della XLVI Settimana sociale dei Cattolici italiani a Reggio Calabria si legge: “Noi tutti, come Chiesa e come credenti, siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso tempo di memoria dei centocinquant’ anni di storia politicamente unitaria. Vedercelo affidato puo? stupire e richiede prudenza, ma non deve generare paura o peggio ancora indifferenza” (XLVI Settimana sociale dei Cattolici italiani, Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n. 20). Come sempre, vogliamo portare il nostro contributo, consapevoli che, storicamente, “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non e? perche? siamo cristiani, ma perche? non lo siamo abbastanza” (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13). Quanto piu? le difficolta? culturali e sociali sono gravi, i cristiani tanto piu? si sentono chiamati in causa per portare il loro contributo specifico, chiaro, e deciso, senza complessi di sorta e senza diluizioni ingiustificabili, poiche? l’uomo non e? un prodotto della cultura, come si vuole accreditare, e la societa? non e? il demiurgo che si compiace di elargirgli questo o quel riconoscimento secondo convenienze economiche, schemi ideologici o dinamiche maggioritarie. L’uomo e? in se? il valore per eccellenza, che di volta in volta si rifrange in una cultura che tale e? quando non lo imprigiona, consentendogli di porsi in continuo rapporto con la propria verita?. Egli, infatti, porta nel suo essere un dover-essere che costituisce la morale naturale. Esiste, insomma, un “terreno solido e duraturo” (Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio d’Europa, 8.9.2010), che e? quello dei principi o valori “essenziali e nativi” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 71), quindi irrinunciabili non perche? non si debbano argomentare ma perche?, nel farlo e nel legiferare, non possono essere intaccati in quanto inviolabili, inalienabili e indivisibili (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Essi appartengono, per cosi? dire, al DNA della natura umana, al ceppo vivo e originario di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre Benedetto XVI, nella “Caritas in veritate”, dopo aver osservato che “la verita? dello sviluppo consiste nella sua integralita?” (n.18), ricorda al mondo che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo e? “l’apertura alla vita” (n. 28).
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Oggi l’attenzione generale e? puntata con ragione ai grandi problemi del lavoro, dell’economia, della politica, della solidarieta? e della pace: problemi che oggi attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettivita?, specialmente i giovani. La sensibilita? e la presenza costante della Chiesa sul versante dell’etica sociale e? sotto gli occhi di tutti e nessuno la puo?, nella sua millenaria storia, onestamente negare. E’ parte del messaggio cristiano, ne? e? una conseguenza: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non puo? amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). L’incalcolabile rete di vicinanza e di solidarieta? che abbraccia l’intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari, rappresenta una mano tesa trasparente e universalmente nota: e? quotidianamente frequentata da un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficolta? che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed e? sempre piu? anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Il Signore Gesu?, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, ispira e sostiene questa rete di fraterna carita? che si avvale di risorse provvidenziali, e di quell’amore gratuito che nessun codice di diritto positivo puo? stabilire e garantire, perche? esso viene dall’Alto. Ed e? ogni giorno da invocare da Dio e da rinnovare in Dio, come dono e compito verso tutti. La ricaduta sociale della fede cristiana appartiene al patrimonio dottrinale, segna la missione della Chiesa e ispira la prassi della cristianita?. Anche circa il tema critico e complesso del lavoro, la Chiesa non da ora segue le vicende in modo attento e partecipe e, nei limiti delle sue competenze, si pone a fianco dei diversi protagonisti con una presenza discreta, rispettosa e responsabile. Oggi, dunque, la sensibilita? generale e? puntata in modo speciale sull’uomo nello sviluppo della sua vita terrena, e quindi sulle vie migliori per assicurare giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace: valori, questi e altri, che vanno a descrivere cio? che e? chiamata “etica sociale”.
5. Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che e? forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che e? l’uomo e la donna nel matrimonio, la liberta? religiosa ed educativa che e? condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perche? sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”. Quando una societa? s’ incammina verso la negazione della vita, infatti, “finisce per non trovare piu? le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilita? personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 28). Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, e? illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realta? lo abbandona nei momenti di maggiore fragilita?. Ogni altro valore necessario al bene della persona e della societa?, infatti, germoglia e prende linfa dai primi, mentre staccati dall’accoglienza in radice della vita, potremmo dire della “vita nuda”, i valori sociali inaridiscono. Ecco perche? nel “corpus” del bene comune non vi e? un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva. Nella coscienza universale sancita dalle Carte internazionali e? espressa una acquisita sensibilita? verso i piu? poveri e deboli della famiglia umana, e quindi e? affermato il dovere di mettere in atto ogni efficace misura di difesa, sostegno e promozione. Cio? e? una grande conquista, salvo poi – questa dichiarazione – non sempre corrispondere alle politiche reali. Ma, ci chiediamo, chi e? piu? debole e fragile, piu? povero, di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto?…Vittime invisibili ma reali! E chi e? piu? indifeso di chi non ha voce perche? non l’ha ancora o, forse, non l’ha piu?? E, invero, la presa in carica dei piu? poveri e indifesi non esprime, forse, il grado piu? vero di civilta? di un corpo sociale e del suo ordinamento? E non modella la forma di pensare e di agire – il costume – di un popolo, il suo modo di rapportarsi nel proprio interno, di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno
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dell’attenzione e della gratuita? personale? Questo insieme di atteggiamenti e di comportamenti propri dei singoli, ma anche della societa? e dello Stato, manifesta il livello di umanita? o, per contro, di cinismo paludato, di un popolo e di una Nazione. La nostra Europa, come l’intero Occidente segnato da una certa cultura radicale fortemente individualista, si trova da tempo sullo spartiacque tra l’umano e il suo contrario. Questi temi non sono rimandabili quasi fossero secondari; in realta? formano la “sostanza etica” di base del nostro vivere insieme. Gia? nel 1992, i Vescovi italiani scrivevano: “L’elaborazione di una diversa cultura dell’uomo e della convivenza sociale e? il problema piu? serio, la piu? grande sfida che la societa? italiana deve affrontare” (CEI, Evangelizzare il sociale, n. 89).
6. Una obiezione ricorrente e? che i cristiani vorrebbero imporre, nella sfera politica e civile, in un contesto pluralistico e complesso, dei valori confessionali, anziche? prendere atto dei cambiamenti culturali e comportamentali, e semplicemente registrarli dando loro dignita? giuridica in nome del pluralismo e del principio di tolleranza. L’obiezione contiene due aspetti. Il primo – il piu? evidente – la tesi secondo cui il cristianesimo sarebbe arrogante e pericoloso alla democrazia. Ma Papa Benedetto XVI, di recente, precisava al Parlamento di Berlino: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla societa? un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante dalla Rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che pero? presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio (…) Dal (…) legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani” (Discorso al Parlamento Federale, Berlino 22.9.2011; cfr anche Congregazione per la dottrina della fede, Nota cit.). Per questa ragione le esigenze etiche fondamentali “non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verita? dell’uomo e al bene comune delle societa? civili” (Nota cit. n. 5).
Ma vi e? anche una seconda tesi nell’obiezione riportata: sembra che lo scopo precipuo degli Ordinamenti civili debba essere quello di registrare e ordinare i comportamenti e i desideri soggettivi, dal momento che il relativismo culturale sfocia inevitabilmente nel pluralismo etico, e questo viene ritenuto da alcuni la condizione della democrazia. Avviene cosi? che nella sfera culturale si rivendica la piu? assoluta autonomia delle scelte morali, e nella sfera legislativa si formulano leggi che prescindono dall’etica naturale, come se tutte le concezioni della vita fossero equivalenti. A fronte di tale concezione, mi torna alla memoria lo Stato Leviatano di Hobbes, secondo il quale esso esiste come necessario gendarme che regola gli istinti violenti di tutti contro tutti. La Dottrina sociale della Chiesa, il pensiero universale e l’esperienza, offrono in verita? una visione ben piu? alta e nobile dello Stato. In questo decisivo orizzonte, il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’incontro annuale svoltosi in Croazia, cosi? si e? espresso a nome di tutti i Vescovi del Continente: “Siamo convinti che la coscienza umana e? capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesu? Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l’uomo e la societa? con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della liberta? religiosa ed educativa: valori sui quali si impianta ed e? garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico” (CCEE, Assemblea plenaria, Zagabria 3.10.2010).
A volte si sente affermare che di questi valori non bisognerebbe parlare perche? “divisivi” e quindi inopportuni e scorretti, mentre quelli riguardanti l’etica sociale avrebbero una capacita? unitiva generale. L’invito, non di rado esplicito, sarebbe quello di avvolgerli in un cono d’ombra e di silenzio, relegarli sempre piu? sullo sfondo privato di ciascuno, come se
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fossero un argomento scomodo, quindi socialmente e politicamente inopportuno. L’invito e? spesso di far finta di niente, di “lasciarli al loro destino”, come se turbassero la coscienza collettiva. Tuttalpiu? si vorrebbe affidarli all’opera silenziosa e riservata della burocrazia tecnocratica. Ma e? possibile perseguire il bene comune tralasciandone il fondamento stabile, orientativo e garante? Il bene e? possibile solo nella verita? e nella verita? intera. Per questa ragione non sono oggetto di negoziazione: su molte questioni, infatti, si deve procedere attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni per quanto volenterose, giacche?, questi valori, non sono ne? quantificabili ne? parcellizzabili, pena trovarsi di fatto negati.
Vi ringrazio per la paziente e benevola attenzione e concludo questo intervento, prima dei vostri lavori, con le sintetica e splendida affermazione di Papa Benedetto XVI in Germania: “In Cristo c’e? futuro, vita e gioia!” (Omelia, Berlino 22.9.2011). E questo e? straordinariamente vero, poiche? “senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 78). In Lui – come abbiamo ricordato all’inizio – l’uomo ritrova se stesso, la sua identita? e vocazione, il senso del suo vivere, impegnarsi e morire, la misura della sua dignita?. I cristiani hanno ricevuto il dono della fede, un bagaglio dottrinale, morale e sociale che ha ispirato e fondato quell’umanesimo plenario di cui tutti godono anche se a volte sembrano volerne dimenticare o rinnegare le radici antiche e sempre feconde. Portare a tutti e in ogni ambiente questo patrimonio, con la coerenza della vita e il coraggio della parola fino alle conseguenze sociali, e? un servizio doveroso poiche? e? un bene per tutti. Innanzitutto per i giovani, che attendono di vedere in noi adulti dei punti di riferimento affidabili, e che hanno diritto di nutrirsi ad una cultura fatta di ragioni nobili, capaci di suscitare entusiasmo e di sprigionare quelle energie propositive che scopriamo con commozione nei loro cuori. Proprio per questo i Vescovi italiani, che vivono accanto alla gente con i loro sacerdoti e sentono pulsare la vita complessa degli uomini d’oggi, hanno posto al centro degli Orientamenti Pastorali del decennio la missione educativa. E’ un responsabilita? che fa appello a tutti, che costituisce una sfida, ma anche rappresenta un’ora promettente della storia alla quale nessuno deve mancare. Buon lavoro.


CASA BORGO STATO. Intorno alla sussidiarietà (a cura di M. Sirimarco e M.C. Ivaldi)

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Mino Martinazzoli

Mino Martinazzoli sarà ricordato come una figura centrale del cattolicesimo politico degli ultimi anni non solo per il ruolo che ha avuto nella storia di questo paese (come ultimo segretario della DC e ri-fondatore del PPI), ma soprattutto per l’intensità (direi morotea) delle sue riflessioni e per l’esempio di impegno politico come testimonianza, laicamente vissuta e culturalmente approfondita, dei valori cristiani. La sua scelta di liquidare la DC per rifondare il PPI ha avuto il significato di un ritorno ai principi del popolarismo, ai valori essenziali che devono guidare la presenza dei cattolici democratici.
Ricordo il congresso della DC del 1989 quando il suo intervento fu applaudito per venti minuti da tutto il PalaEur  nella freddezza generale dello stato maggiore del partito che aveva già scelto Forlani. Probabilmente non avrebbe salvato la DC, il male che vi si annidava era troppo esteso, ma certamente avremmo voltato pagina con maggiore dignità. 
La scelta del 1994, che molti ancora gli rimproverano, fu la logica conseguenza di quel ritorno alle origini, di una politica che si richiama ai principi, primo fra tutti quello sturziano della moderazione lontana dagli opposti estremismi presenti allora con, da una parte, una coalizione guidata da un partito che non aveva ancora compiuto la sua transizione democratica e, dall’altra, da un partito-persona-azienda lontano anni luce dall’idea di politica e dai principi del cattolicesimo democratico e con una Destra post-fascista. Il risultato ottenuto non fu completamente negativo, è grazie a quel risultato, a quella vera e propria resistenza dei cattolici-democratici, che si è potuto costruire l’Ulivo prima e il Partito democratico poi. Senza quella presenza-testimonianza l’impegno politico dei cattolici si sarebbe esaurito nel ruolo marginale e strumentale assegnato loro da Berlusconi …

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La democrazia ai tempi di B.

Probabilmente ha ragione chi ritiene che la vera democrazia non è mai esistita. Sempre sulla linea di confine tra il suo aspetto utopistico e quello anacronistico, la democrazia indica soprattutto una tendenza, una prospettiva verso il governo dei molti e l’ideale dell’autogoverno. Quali sono i fattori che incidono sul percorso democratico facendolo deviare dalla sua carica utopica per trasformarlo sempre, anacronisticamente, verso forme più o meno sofisticate di oligarchia?

Ne indico in via generale almeno tre.

In primo luogo certamente la corruzione nel duplice senso raccontato da Aristotele quando parla del contrasto tra Cimone e Pericle: il primo che cercava “consenso” utilizzando il suo enorme patrimonio personale; il secondo elargendo cariche pubbliche. Il secondo fattore è la crisi della rappresentanza e la rottura del vincolo rappresentativo anche grazie a sistemi elettorali che svuotano il ruolo dei cittadini. Una delle tante conseguenze della lontananza tra eletto ed elettore, governante e governato è la trasfigurazione della rappresentanza in rappresentazione: cioè sul palcoscenico (qualcuno direbbe nel teatrino) della politica si sostengono strumentalmente valori incompatibili con quelli di fatto praticati, si difendono ostentatamente valori tranquillamente contraddetti nell’agire quotidiano. Il terzo fattore è la sproporzione dei mezzi economici tra i contendenti che, anche senza dar vita a fenomeni di corruttela, determina la degenerazione della competizione democratica soprattutto in quello che è il luogo essenziale del confronto politico, il sistema della informazione e della telecomunicazione.

La discesa in campo di Berlusconi in un sistema democratico quale quello italiano (non compiutamente democratico secondo la magistrale analisi di Aldo Moro) ha creato e crea tutta una serie di patologie macroscopiche perché i fattori degenerativi a cui ho fatto riferimento sono tutti presenti, essendo fattori genetici del “berlusconismo”.

Il suo enorme patrimonio personale (aumentato anche grazie al suo ingresso in politica) gli ha permesso di “acquistare” consenso e di indirizzare l’opinione pubblica con il controllo e la proprietà dei più importanti mezzi di comunicazione. L’uso spregiudicato del potere politico e la mostruosità di un sistema elettorale come il nostro ha consentito di distribuire cariche pubbliche e seggi parlamentari ad irresponsabili “responsabili” ed interessati famigli. Ed ha consentito, inoltre, di allestire un teatrino solo all’apparenza comico in cui i valori morali, sociali e politici sono così trasfigurati che la figura di B. è apparsa (e appare), purtroppo, a molti italiani come quella di un vero statista.

La fine del berlusconismo lascerà macerie culturali, sociali ed istituzionali molto ingombranti sulla cui rimozione, in una prossima stagione costituente (che riaffermi i valori costitutivi, fondanti il nostro ordinamento), bisognerà cominciare a riflettere.
Mario Sirimarco


Il mio ultimo libro

Si tratta di una raccolta di saggi sul tema della sussidiarietà. Il titolo del mio contributo è “Il principio di sussidiarietà: alcune puntualizzazioni teoriche”. Gli altri saggi sono di Teresa Serra, Maria Cristina Ivaldi, Paolo Savarese, Giovanni Franchi, Alessandro Fruci, Marco Mancarella, Cristian Vecchiet, Pierluigi Fornari, Luca Gasbarro, Maurizio Ricci, Paolo Armellini.


Autonomia e sussidiarietà. Riccardo Misasi e la “Comunità di Comunità”.

Posto un mio articolo pubblicato su “Il Domani d’Italia” del mese di giugno.

1. Nel 1998 Riccardo Misasi, ormai molto lontano dalle vicende politiche che per molti anni lo avevano visto grande protagonista, pubblica un documentato volume dedicato alla storia del Libero Comune di Orvieto. Da questa storia Misasi ricava una serie di ‘insegnamenti’ per leggere i temi dell’attualità offrendo una sorta di testamento intellettuale che potrebbe essere di grande aiuto in una stagione politica nella quale il riferimento ideale-culturale sembra molto annacquato.

La prima considerazione da fare è che, come ha notato acutamente Giuseppe De Rita nella prefazione al volume, la riflessione politica di queste pagine si muove in una prospettiva che richiama ad una esigenza di tipo “spirituale”. Collocandosi in un momento particolare della sua vita, caratterizzato dalla necessità di ripensare profondamente (forse anche autocriticamente) il senso della politica, queste riflessioni superano la centralità “demitiana” dell’autonomia della politica (dal sociale, dall’economico, dal religioso) per volgersi verso la dimensione metapolitica e spirituale della politica stessa. Per uscire dalla crisi sociale e politica dei nostri tempi, che Misasi analizza con l’intelligenza che amici ed avversari gli hanno sempre riconosciuto e con appropriati riferimenti alla storia e alla storia del pensiero, mi sembra che la soluzione proposta sia proprio quella del recupero di una dimensione politica capace di esaltare il primato della persona, come soggetto autonomo e responsabile, e delle formazioni sociali, o delle società intermedie, in cui la persona sviluppa se stessa.

2. Un’altra considerazione da fare è che nel pensiero di Misasi si delinea chiaramente uno “stato della sussidiarietà”, anche se l’espressione sussidiarietà non viene utilizzata (ma anche in Sturzo, che è una delle matrici del suo pensiero, manca l’uso del termine sussidiarietà, così come manca nel dibattito in Assemblea Costituente).

L’idea di sussidiarietà (Misasi utilizza il concetto di autonomia) si arricchisce di motivi spirituali perché si parte dalla consapevolezza che il tema dell’autonomia non si risolve solo nella predisposizione di strumenti tecnico-giuridici, per la distribuzione verticale delle competenze o il coinvolgimento orizzontale delle formazioni sociali, ma è soprattutto un’esigenza ineludibile della persona umana. Da qui la sua interessante ricostruzione storica sulle ragioni teoriche e politiche della mancata attuazione di un ordinamento basato sulle autonomie; l’individuazione di una serie di coordinate essenziali di uno stato della sussidiarietà, riprendendo l’idea di “comunità delle comunità”; la rilettura completa del principio federale. Da qui, infine, la particolare attenzione ad un altro aspetto della dimensione politica della sussidiarietà e cioè la riflessione sul tema della partecipazione e sulla necessità non di una terza via ma di una via altra rispetto a liberalismo e socialismo e quindi la rilettura del popolarismo e di Sturzo.

3. Misasi ricostruisce il percorso storico-ideale che ha portato ad una concezione che di fatto ha condotto alla sottovalutazione del ruolo delle autonomie. L’analisi è lucidissima: il coniugarsi del razionalismo e dell’utopia rivoluzionaria con il modello di Stato accentrato ereditato dall’Ancien regime contiene geneticamente gli esiti del pensiero moderno rappresentato dall’hegelismo e dal marxismo. In questa prospettiva, “lo Stato si pone come il garante ed il tutore esclusivo dei bisogni e degli interessi dei singoli cittadini, componenti la Nazione. Con la sua forte amministrazione distribuita anche perifericamente, esso è in rapporto diretto con l’individuo; poco o nessuno spazio consente alle comunità intermedie, alle quali non concede alcuna reale autonomia, ma solo un certo decentramento di funzioni amministrative. Le Comunità, le formazioni spontanee ed originarie di autonomia non hanno di per sé valore. Il valore è nello Stato ed è esso che solo può e deve assicurare l’uguale tutela dei cittadini”.

Lo stato italiano post-unitario risente di questa impostazione che non viene meno, anzi si rafforza in seguito con i riformismi di diversa natura. Su questo punto mi sembra di cogliere una nota (auto)critica, anche se nelle pagine successive ricorda orgogliosamente il tentativo di De Mita di avviare una politica di riforme istituzionali: le riforme, infatti, da una parte, “hanno significato e sono venute sempre più realizzando una grandiosa espansione della tutela dei bisogni, allargandola via via a nuove esigenze, prima ignorate ed escluse”, con la conseguente notevole espansione dei compiti dello Stato ed un grande miglioramento delle condizioni di vita; dall’altra, hanno comportato “una corrispondente elefantiasi della macchina amministrativa e la nascita di mastodonti burocratici, ai quali si sono spesso collegate lentezze ed inefficienze”.

4. Ponendosi sul crinale del paradosso che separa il dovere di ingerenza dall’obbligo di non ingerenza, il principio di sussidiarietà pone tutta una serie di problemi teorici e pratici che da sempre assillano la filosofia giuridica e politica. Primo fra tutti, come evitare l’arbitrio? Come impedire le opposte derive dello stato onnipotente e dello stato latitante? Come arginare le derive di uno stato-provvidenza che porta alla deresponsabilizzazione individuale con tutte le sue ricadute, non solo sulla condizione umana, ma anche sugli assetti politico-istituzionali?

Illuminante l’esempio che Misasi propone (e che dimostra il suo approccio “sussidiario”): “se in una famiglia  ci sono più figli ed uno di essi non va tanto bene a scuola, il padre di famiglia, o la famiglia nel suo insieme, curerà quest’ultimo e forse gli farà fare lezioni private da un insegnante. Non chiamerà tanti insegnanti per quanti sono i figli, magari in nome di un astratto principio di eguaglianza: tutelerà invece il bisogno vero, lì dove esiste”.

La sussidiarietà, quindi, come risposta alla crisi dello Stato sociale e, nello stesso tempo, come consapevolezza che il ruolo delle autonomie, delle formazioni sociali, della partecipazione individuale nella prospettiva di un governo delle prossimità capace di individuare, nel modo più preciso e delimitato possibile, i bisogni reali e per soddisfarli in modo puntuale con costante riferimento al valore della dignità della persona e del bene comune non significa necessariamente legarsi al carro del federalismo.

Rispetto alla complessa esigenza dell’autonomia, la risposta data dal federalismo (almeno nella sua traduzione padana) sembra “una frettolosa risposta inseguitrice, che non una risposta reale ed adeguata alla crisi dello Stato” perché “il dubbio è che la crisi possa essere già andata oltre l’esigenza di un riordino, anche se radicale, e di un ampio decentramento autonomistico”.

La vera risposta sta nel “puntare direttamente sulle singole comunità creando intorno ad esse ampi e autentici spazi di autonomia” perché nella comunità di appartenenza l’individuo ha una sua identità, è riconoscibile e riconosciuto nella sua relazione con gli altri; nella comunità i bisogni non sono astratti ma concreti e possono essere soddisfatti con equità, senza lungaggini e sprechi dallo Stato, inteso come confederazione di autonomie, come “Comunità di Comunità”. Discorso simile potrebbe farsi per la dimensione internazionale perché è forte in Misasi l’attenzione agli sviluppi della globalizzazione e alla necessità di mettere in discussione, direi sturzianamente, i limiti dello Stato-nazione

5. In una prospettiva del genere, evidentemente, siamo fuori dal vecchio liberalismo e dal socialismo(democratico) che pure sembrano ancora i riferimenti del falso bipolarismo italiano, mentre rischia di rimanere ai margini l’unico modello politico in grado di realizzare uno Stato che esalti l’autonomia e le comunità. La preoccupazione di Misasi è la stessa che molti di noi hanno oggi: l’inadeguata considerazione dell’esperienza e della cultura dei cattolici democratici quella che ha la sua radice storica e culturale del popolarismo sturziano.

Il popolarismo come ispirazione religiosa dalla quale ricavare il senso dell’autonomia; il popolarismo come cultura politica che non propone una terza via di compromesso tra liberalismo e socialismo ma una via altra che esalta il ruolo delle autonomie, delle singole comunità, delle diversità, rispetto alle quali lo Stato si pone “non come valore in sé”, ma come “strumento, sia pur necessario, di organizzazione delle regole della convivenza, della garanzia delle libertà, del coordinamento degli sforzi e della reciproca solidarietà”.

Mario Sirimarco


Legge elettorale – intervento di Francesco Alì

Posto il testo di un comunicato stampa che riporta alcune considerazioni dell’amico Francesco Alì sul tema della legge elettorale che rappresenta, come ho sottolineato in diversi interventi, il tema centrale nel dibattito politico di questo paese perchè tocca il nodo essenziale della rappresentanza …

“E’ da molto tempo che sono convinto che sia necessario modificare
significativamente l’attuale legge elettorale, chiamata non a caso “porcellum”,
per restituire ai cittadini  l’esercizio del diritto di voto sottratto,
appunto, con tale legge. Per questo ho aderito, immediatamente ed in modo
convinto, al Comitato Io firmo. Riprendiamoci il voto”.
Con queste parole, Francesco Alì, già Segretario Generale della CGIL di Reggio
Calabria e oggi responsabile di un Dipartimento della CGIL Calabria, nonché
componente del C.d.A. della Fondazione Di Vittorio, promossa dalla CGIL
nazionale, comunica la sua adesione al comitato referendario.
“Credo, infatti ” – continua Alì – “che, constatato l’immobilismo del
Parlamento sull’argomento, sia giunto il momento di chiedere direttamente ai
cittadini di modificare significativamente l’attuale legge elettorale per
portare rimedio ai gravi danni che essa provoca al nostro sistema politico”.
Il sindacalista della CGIL snocciola, poi, punto per punto, cosa non va nell’
attuale legge elettorale. “Innanzitutto, le liste bloccate che privano gli
elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti e ledono
irrimediabilmente l’equilibrio tra i poteri. Un Parlamento di “nominati”,
infatti, non solo non nasce da una scelta vera e propria degli elettori, ma non
ha alcun potere reale nei confronti del Governo e del Presidente del
Consiglio.
In secondo luogo, un premio di maggioranza, così congegnato, esiste solo in
Italia e ha effetti opposti a quelli tanto sbandierati sulla semplificazione e
sulla stabilità. Attribuendo, infatti, il 55% dei seggi alla lista che ottiene
un voto più delle altre (anche se ha il 35% dei voti), questo meccanismo
obbliga anche i partiti maggiori alla ricerca di qualsiasi alleanza utile con
la  conseguenza di coalizioni inevitabilmente non omogenee e con buona pace
della stabilità del Governo.
In terzo luogo, l’attuale soglia di sbarramento al 2% per le liste collegate
in coalizione è un ulteriore incentivo alla frammentazione. Mantenere una
soglia unica al 4% garantirebbe, invece, la presenza alla Camera dei partiti
più rappresentativi, spingendo, per converso, le forze minori ad unioni reali
(un unico simbolo, un’unica lista) senza la scappatoia delle coalizioni
elettorali che, spesso, esauriscono il loro progetto politico all’indomani del
voto. Al Senato, il sistema dei collegi consentirebbe anche la rappresentanza
delle forze minori.
Infine, l’obbligo di indicazione del candidato premier del Governo,
interferisce con le prerogative del Presidente della Repubblica che può e deve
scegliere in assoluta autonomia. Inoltre, tale meccanismo tende a trasformare
il nostro sistema da parlamentare in semi-presidenziale senza i contrappesi dei
sistemi presidenziali”.
Francesco Alì spiega, quindi, cosa succederebbe se questi referendum dovessero
passare. “Il risultato dei referendum che sono stati proposti dal Comitato
referendario per la modifica sostanziale dell’attuale legge elettorale,
sarebbe, innanzitutto, quello che gli eletti non sarebbero più nominati dai
segretari partito, ma scelti tra i candidati attraverso la preferenza unica.
La Camera sarebbe eletta con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza
e con una soglia di sbarramento al 4%.
Il Senato sarebbe eletto su base regionale con metodo proporzionale, senza
premio di maggioranza in collegi uninominali, con una soglia di sbarramento
determinata dall’ampiezza delle circoscrizioni”.
“Mi sembrano ragioni importanti per mobilitare un imponente impegno civile” –
conclude Alì –“mi sono già attivato per prendere contatti con chi, a livello
locale, ha già aderito al Comitato referendario e invito i cittadini, le
associazioni, i movimenti, i rappresentanti delle Istituzioni e, soprattutto, i
partiti politici democratici, progressisti e riformisti a sostenere i
referendum che restituiscono il diritto di voto ai cittadini. Sono convinto che
in tanti, nei prossimi giorni, sosterremo la raccolta di firme con gazebo e
banchetti e promuoveremo iniziative per dare gambe e visibilità all’iniziativa
referendaria.
Reggio Calabria, domenica 19 giugno 2011